Dott.ssa Flavia Vicinanza, psicoterapeuta e psiconcologa, lavora presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma
Titolo elaborato: La malattia oncologica tra corpo e mente: spunti di riflessione
Quando si riceve una diagnosi di cancro, tutto cambia in un istante! “Lei ha il cancro” è una di quelle frasi che modifica in un attimo il corso della nostra vita evocando immensi turbamenti emotivi e timori di perdita. Abbiamo paura di perdere la nostra salute e l’opportunità di guardare al futuro facendo progetti, temiamo di perdere la nostra autonomia e la possibilità di disporre liberamente del nostro corpo.
Il nostro corpo è una tela sulla quale sono impresse le linee della propria storia di vita, della propria crescita e delle esperienze fatte. Le rughe e i segni del tempo, le trasformazioni fisiche in gravidanza, i cambiamenti nel look, le modifiche della postura e degli atteggiamenti del corpo in risposta ad un particolare stato emotivo; tutte queste esperienze e altre ancora accompagnano il percorso di vita di ciascuno di noi. Anche la malattia produce segni evidenti nel corpo: il nostro corpo parla di noi e noi ci specchiamo in lui! A causa della diagnosi ricevuta e dei trattamenti curativi, il corpo può subire delle modifiche che possono generare turbamento emotivo in chi è “costretto” a viverle senza averle scelte.
L’esperienza di malattia attacca l’immagine di noi stessi producendo una nuova percezione corporea: talvolta il corpo può essere visto come nemico che attacca dall’interno, un luogo ora abitato dalla malattia e da un nuovo aspetto esteriore, non scelto e non voluto. La malattia oncologica genera una “doppia ferita”: al corpo e all’anima, dal di dentro e dal di fuori. E così, l’esperienza della malattia irrompe nella vita attraverso il corpo e arriva in profondità, fino all’anima. In un percorso difficile e articolato come il processo di cura, è naturale percepire emozioni intense che coinvolgono anche la nostra corporeità, ecco alcuni esempi.
Il corpo può diventare un “luogo di paura”. La necessità di sottoporsi ad interventi chirurgici (mastectomia, confezionamento della stomia isterectomia, gastrectomia, etc) può rappresentare un evento traumatico che genera risonanze emotive di perdita e mutilazione e può avere un impatto negativo sulle abitudini quotidiane e la qualità di vita. Guardare la propria immagine allo specchio e percepire i cambiamenti del corpo può evocare temi di paura: paura della malattia, paura degli effetti della terapia, paura di perdere il controllo del proprio aspetto e della propria vita. Anche i possibili cambiamenti fisici correlati agli effetti dei trattamenti possono rappresentare un evento soggettivamente traumatico: la perdita dei capelli, l’aumento o la perdita di peso, il gonfiore del viso o del corpo, sono solo alcuni degli eventi fisici con i quali sarà necessario faticosamente confrontarsi lungo il percorso di cura.
Il corpo viene percepito come “malato” e può diventare il principale focus dell’attenzione. In condizioni di vita “sana” il corpo viene utilizzato in modo automatico, mostrando spesso poca attenzione per i segnali che manda e percependolo come parte integrante della “struttura base” del proprio essere e del proprio fare. Di contro, quando ci si ammala il corpo viene percepito come un sistema difettoso, inaffidabile e traditore, spesso estraneo o nemico che attacca dall’interno senza possibilità di scampo (“non siamo dotati di pezzi di ricambio!”). Ci si sente esposti ad ogni possibile pericolo, più fragili e indifesi. La percezione dei sintomi e la ricerca delle sensazioni corporee può diventare uno degli scopi primari, finalizzato a ritrovare un controllo sulle percezioni corporee o mosso dalla paura stessa della malattia.
Il corpo può diventare il luogo del dolore fisico ed emotivo. Le precarie condizioni di salute e i cambiamenti fisici vissuti possono causare dolore emotivo e difficoltà di adattamento: alla malattia, al proprio corpo e ai cambiamenti nelle abitudini della vita quotidiana. Il corpo diventa il palcoscenico della malattia che mette in scena la sua presenza in molti modi. Le trasformazioni fisiche e i possibili effetti collaterali delle terapie (nausea, vomito, perdita dei capelli, stanchezza, etc) possono diventare un “peso aggiuntivo” che impone e modifica lo stile di vita e il senso della propria identità e il dolore fisico diventa così sofferenza dell’anima.
In questo scenario si rischia di non sentirsi più “sufficientemente abili”. Si teme di non essere più “sufficientemente abile al lavoro”, “sufficientemente abili alla cura della propria famiglia”, “sufficientemente abili per mantenere la propria autonomia”, “sufficientemente abili per fare progetti”. In questo modo, spesso si finisce per identificare l’essere ammalato con il sentirsi inutile e non più valido percependo di aver perso il senso della propria identità.
In momenti così difficili può essere utile ricordare alcuni suggerimenti:
Ascolta le tue emozioni. La malattia ci spinge al limite di noi stessi: al limite della sopravvivenza, al limite delle proprie energie psicofisiche, al limite delle proprie forze…. e ci fa sentire vulnerabili. Corpo e psiche sono intimamente legati ed è importante riconoscere e validare ciò che si prova. Lo scopo non è rimanere ostaggio delle proprie paure ma imparare a gestirle. Per tale motivo, il primo passo è riconoscere ciò che si prova per capire dove collocarlo.
Condividi ciò che provi. Nel percorso di cura è importante scegliere le proprie “ancore”. Rimanere aperti alle “relazioni scelte” e condividere il proprio stato emotivo con amici e parenti, permette di costruite una rete di sostegno utilizzabile nei momenti di maggiore difficoltà.
Tu sei sempre Tu. La malattia influenza tutte le dimensioni della propria esistenza e può indurre una crisi emotiva che può influenzare il senso della propria identità. Come la nebbia e la riduzione della visibilità durante una tempesta impedisce di vedere cosa c’è a distanza di pochi metri da noi, allo stesso modo la tempesta emotiva indotta dalla malattia può offuscare le dimensioni della propria identità lasciando emergere esclusivamente la percezione del proprio corpo malato. E’ importante prendere coscienza di chi siamo anche “oltre” la malattia: i nostri affetti più cari, le cose che amiamo, le nostre attitudini…ciò che siamo può diventare una risorsa da usare nel percorso di cura.
Costruisci il tuo stile di vita. Impegnati, per quanto possibile, nel costruire ogni giorno uno stile di vita “attivo” che ti faccia percepire un maggiore senso di autoefficacia. I trattamenti curativi compongono un percorso “ad ostacoli”, fatto di momenti di maggiore fatica e difficoltà, alternati a giorni migliori. In tali circostanze può essere utile costruire ogni giorno il proprio programma di vita calcolando le risorse presenti in quel momento e i livelli di energia disponibili; “ciò che c’è” va considerato ed usato al meglio delle proprie possibilità, un giorno alla volta, un passo alla volta.
Prenditi cura del tuo corpo. Le trasformazioni del corpo spesso spaventano e ci ricordano la presenza della malattia. Molte volte bisogna familiarizzare con una nuova immagine di noi, fatta anche di ferite e di cicatrici. Concediti alcuni spazi per vivere il “lutto” per la perdita della propria integrità fisica e le trasformazioni del corpo. Ci sono momenti in cui si può avere difficoltà ad accogliere i cambiamenti fisici prodotti dalla malattia o dagli effetti collaterali delle terapie, fino ad arrivare a non riconoscere e accettare la propria immagine nello specchio. In questi momenti è importante “abbracciare” il proprio corpo soffrendo per le perdite vissute e valorizzando le sue parti migliori. Non si tratta di una questione di vanità ma di identità: la malattia esiste ma esisti anche Tu!
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